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La storia di Silvia Baricco (prima parte)

Quando ero piccola sognavo di diventare architetto!  Volevo  progettare palazzi altissimi e case sulla spiaggia, così, terminato il liceo, mi sono iscritta alla facoltà di architettura dove ho capito che... in realtà non mi piaceva fare l’architetto!

E' così che è iniziata la ricerca di un lavoro e mi sono accorta che c’era molta  richiesta come “assistente alla poltrona” e mi sono detta: “Ma  che farà una assistente alla poltrona? Servirà un titolo di studio in  particolare?”, feci le mie ricerche e mi incuriosì molto come lavoro.  Trovai dopo poco e iniziai a lavorare presso uno studio associato di Torino, dove restai per 5 anni. Più passavano i giorni e più mi appassionavo al lavoro e lo sentivo mio, mi piaceva il contatto diretto con il paziente, la gestione dello studio. Ero sicura  di aver trovato il  lavoro per me!

Con il tempo mi resi conto di  volere di più da questo lavoro e capii di dover cercare una realtà dove poter crescere professionalmente. Così cercai un altro studio dove poter continuare il mio lavoro: mi imbattei nell’annuncio della clinica Cappellin, inviai la mail e poco dopo ebbi risposta per un colloquio. Il giorno del colloquio ero agitatissima, vedevo quelle che sarebbero potute essere le mie colleghe venire a chiamare i pazienti in sala d’attesa e volevo essere una di loro, mi piacque subito l’ambiente e sentii un’energia positiva che mi fece capire che ero nel posto giusto.

Mi chiamarono per entrare nell’ufficio del dr. Cappellin, entrai e vidi il dottore con le sue assistenti, mi sentii un po’ in soggezione e la mia agitazione salì maggiormente, mi accomodai di fronte a lui e iniziarono a farmi domande, su di me, sulla mia vita lavorativa e su cosa mi piaceva di questo lavoro, io senza esitazione risposi che era il lavoro dei miei sogni, di quanto amassi il rapporto che ha un’assistente con il paziente. Alla domanda “perché vuole cambiare  posto di lavoro?” mi emozionai nel rispondere e, con le lacrime agli occhi, dissi “perché ho voglia di crescere professionalmente e ho bisogno di trovare un posto che me lo permetta, voglio di più da me e da questo lavoro!”. Poi mi chiesero quale branca dell’odontoiatria mi  piaceva di più e quale meno, io risposi che mi piaceva la conservativa (era la disciplina che maggiormente si svolgeva nel mio vecchio studio)  e non mi piaceva l’ortodonzia (non ne avevo fatta molta ed ero convinta che non mi piacessero i bambini!).

Passai il colloquio, mi chiamarono per iniziare il corso da assistente, eravamo in tante, ma io dovevo farcela, uno dei due posti doveva essere il mio! Ricordo bene la prima sera del corso, arrivai sotto la Clinica in netto anticipo, il cuore a mille, la testa piena di dubbi e paure, vidi le altre ragazze lì  per il corso e ci accomodammo tutte nella sala d’attesa del primo piano della Clinica. Fece il suo ingresso il dottore con le assistenti che tenevano il corso, fecero l’appello e il dottore fece il discorso iniziale, ci disse quanto era duro il corso, che le cose da imparare erano molte e che avremmo dovuto studiare volta per volta per non ritrovarci in prossimità dell’esame con tutto da studiare. Ci disse: “Se entro la fine di questa lezione io riesco ad imparare tutti i vostri nomi, anche voi potete studiare tutto il materiale”. Così terminata la prima lezione ci disse tutti i nostri nomi indicandoci una per una, rimasi molto impressionata e la mia determinazione nel raggiungere il mio obiettivo saliva sempre di più!

Alla seconda lezione ci fecero un test sulla nomenclatura dei denti, ero un po’ agitata perché, nonostante stessi già svolgendo questo lavoro, avevo paura di sbagliare. Prima di iniziare il test il Dottore ci fece nuovamente una spiegazione veloce su come riconoscere i denti guardando le radiografie; purtroppo però l'agitazione mi stava giocando un brutto scherzo e iniziai il test con un vuoto completo in testa, risposi erroneamente alle prime 3 classificazioni e non presi il punteggio massimo a cui  puntavo. Il dottore si accorse del mio sconforto (me lo rivelò solo quando fui assunta), ma sapevo che la settimana dopo avrei avuto un’altra possibilità e non la persi!  Quando ci riconsegnarono il test fui l’unica ad aver indicato correttamente tutti i numeri dei denti, ero molto orgogliosa di me.

Arrivò il giorno della prova pratica, a turno dovevamo fare la prova di assistenza con il  dr. Cappellin, come paziente c’era il nostro manichino "Willy". Io feci  la spavalda e andai per prima, era la mia quotidianità e non ebbi esitazione. Ad un certo punto arrivò il turno di un'altra ragazza, si sedette, prese lo specchietto in mano e con mano molto tremante si mise ad assistere, nella mia testa pensai “ma come pensa di poter fare l’assistente se trema così?”. Probabilmente lo pensò anche il Dottore perché glielo fece notare, ma lui capì anche che era solo agitata; quella ragazza dalla mano tremante oggi è una mia valida collega, a dimostrazione che quando ti viene data un'opportunità e qualcuno ha fiducia in te, la volontà vince su qualsiasi difficoltà!

Il giorno dell’esame, l’ansia e la paura erano sempre con me, la paura di sbagliare le diciture dei passaggi, paura di confondermi tra i materiali studiati e quelli che tutti i giorni utilizzavo. La sorte decise l’ordine in cui facemmo l’esame, quando toccò a me, mi andai a sedere di fronte a Elisabet che iniziò a farmi le domande: io rispondevo senza esitazione, la domanda di ortodonzia sapevo che era l’ultima e quando mi chiese di elencare i passaggi per un bandaggio ebbi un crollo perché sapevo rispondere e sapevo che l’esame era andato proprio come speravo, così mi emozionai e con le lacrime agli occhi  risposi alla domanda, ebbene sì, per chi se lo stesse chiedendo sono molto emotiva!

(To be continued...)

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