/ La nostra storia

Storia della Clinica: cap. 2 (contrappunto a tre voci)

In questo secondo articolo dedicato alla storia della nostra clinica, si alterneranno tre punti di vista, con nuovi protagonisti.

Dr.ssa Gloria Elia: “Chi ben comincia…”

Dopo la laurea, le strade professionali di noi soci si sono un po’ separate, coinvolgendo ciascuno in un progetto lavorativo personale, talvolta slegato l’uno dall’altro, situazione che tutto subito mi aveva un po’ intristito, avendo già sviluppato una solida amicizia e sperando quindi di poter lavorare da subito insieme; allora sembrava che le strade si sarebbero separate per sempre, ma questo desiderio di condividere oltre al tempo libero dell’amicizia anche quello della professione si sarebbe rivelato più forte di ogni iniziale impedimento.
Oggi non posso che essere felice e soddisfatta del mio percorso lavorativo e umano dei primi tempi in cui mi sono affacciata al mondo del lavoro, che non solo ha tolto nulla alla nostra amicizia, ma che, al contrario, mi ha permesso di capire cosa avrei voluto fare davvero della mia vita.
Mario e Fabio hanno iniziato a lavorare nello studio storico di Scalenghe del padre di Mario, dr. Silvano Cappellin, inserendosi in una realtà consolidata e con caratteristiche particolari, soprattutto per l’approccio globale alle cure e una certa predilezione per la tecnologia (la prima “mela” sicuramente deriva dal dr. Silvano, che è da subito stato un grande fan dell’allora Apple Macintosh!); Matteo ha invece intrapreso una stabile collaborazione con uno dei maggiori professionisti di Torino in ambito parodontale e per me è iniziato un periodo di attività in vari studi, soprattutto del cuneese, spostando quindi il mio baricentro lavorativo a Saluzzo.
Il ricordo di allora è un misto di tanti, tantissimi chilometri di viaggio verso cittadine che mi sono rimaste nel cuore per la loro bellezza e per le persone che ho potuto conoscere, realtà odontoiatriche eccellenti che mi hanno aiutato a iniziare la professione con la “leggerezza” del collaboratore, ossia concentrandomi essenzialmente sulla parte clinico/tecnica, libera da qualsiasi preoccupazione per l’organizzazione dello studio o del lavoro che non fosse quella legata alla prestazione singola, aspetti al contrario per nulla marginali nel lavoro quotidiano, di cui OGGI capisco l’importanza e l’enorme impegno organizzativo necessario perché tutto “funzioni”.
Insomma le mie notti erano un po’ agitate al pensiero di quel paziente del giorno prima, sperando che l’otturazione fatta (per quanto banale) non desse fastidio e che la fiducia datami fosse ripagata: i primi capelli bianchi risalgono CERTAMENTE a quei tempi 😅
A guardare indietro a quei primi anni, ciò che vedo è il lavoro entusiasta, energico e un po’ generico (tutti dovevamo ancora riconoscere ciò che avremmo voluto fare di preciso nella nostra professione) e ripenso con gratitudine alle persone che hanno dedicato il loro tempo lavorativo e umano per permettermi di operare in maniera corretta sui “loro” pazienti, regalandomi con generosità la loro professionalità, la loro esperienza, il loro modo di intendere il rapporto medico/paziente.
E questo non si limita ai titolari degli studi, ma si estende alle assistenti (gli angeli custodi del neolaureato), igieniste, segretarie, odontotecnici… Quella prima impressione di solidità, valore, reale qualità e impegno umano oltreché professionale, credo ci siano rimasti scolpiti nella mente, creando le fondamenta di ciò che poi sarebbe stato.

Dr. Mario R. Cappellin: “Il finale spesso si trova già nell’inizio…”

La storia del mio percorso odontoiatrico non è molto conosciuta, perché la maggior parte delle persone è convinta che, avendo il padre dentista, la scelta di seguirne le orme fosse abbastanza scontata. In realtà è giunta al termine di un percorso ricco di colpi di scena e soprattutto di un lavoro molto impegnativo di integrazione di due visioni molto differenti della realtà lavorativa.
Non voglio nascondere che poter partire con solide basi, soprattutto con un nome già conosciuto e apprezzato da una serie di pazienti, possa essere un grande vantaggio e sicuramente un privilegio non così comune; però, come sempre capita, c’è un rovescio della medaglia…
Andiamo però con ordine, perché la storia inizia prima, molto prima: ai tempi di cui parliamo mi vedo alla fine del Liceo classico, dopo avere passato 8 anni (scuole medie e Liceo appunto) dividendomi fra studio scolastico e studi musicali; soprattutto negli ultimi anni di Liceo, le mie giornate iniziavano verso le 4.30-5.00 del mattino per studiare le varie materie, poi viaggio a Torino per frequentare le lezioni in una scuola privata allora fra le più rigide e impegnative per il percorso di studi scelto, mentre il pomeriggio era dedicato a suonare per prepararmi alle lezioni, due volte la settimana con il mio maestro, MOLTO severo ed esigente.

Dopo tutti questi sacrifici, forse la scelta di fare il dentista non appare così scontata e infatti per i primi due anni dopo il Liceo mi sono dedicato solo alla musica, la mia grande passione; poi, sotto le pressioni dei miei genitori, ho ceduto e mi sono iscritto all’Università, Facoltà di Odontoiatria.
L’esperienza universitaria è stata terribile, perché ero abituato a scuole e maestri che insegnavano per passione e amavano i loro allievi; a parte rare eccezioni, l’ambiente universitario mi appariva invece impersonale e demotivante, con docenti solitamente più interessati al prestigio del titolo di “professore” che dedicati alla missione della condivisione della conoscenza…
Le uniche cose che mi hanno motivato a continuare sono state da una parte non voler deludere i miei genitori e i miei nonni (oggi posso solo ringraziarli di aver così tanto insistito e mi vergogno di essere stato un “osso duro” da convincere!) e dall’altra gli amici (i miei attuali soci) con cui avevo stretto quasi fin da subito un rapporto speciale, che andava molto al di là dell’essere compagni di università, un rapporto solido che le vicende di vita hanno poi dimostrato nei fatti.
Il giorno della tanto agognata Laurea non è stato per me gioioso, un po’ perché non mi aveva procurato soddisfazione avere ottenuto il massimo dei voti e la dignità di stampa per qualcosa che allora non sentivo come un “mio” risultato, avendolo fatto principalmente per compiacere i miei cari, ma soprattutto perché mio nonno che ci teneva tantissimo era mancato qualche tempo prima. Ricordo ancora chiaramente quel giorno e la commozione mi assale anche ora che ne scrivo a distanza di oltre 15 anni: appena dopo la proclamazione, senza neppure salutare i miei compagni e amici, me ne sono andato e, schiacciato dalla malinconia, ho pianto amaramente da solo in un corridoio.
In quel momento la scelta di diventare dentista, abbandonando il sogno di fare della musica il mio lavoro, non solo non era scontata, ma ha richiesto tutta la fede e la disciplina che i miei maestri al Liceo (era una scuola cattolica) e in Conservatorio mi avevano trasmesso; non so esprimere a parole cosa ho “sentito” quando ho fatto questa scelta, potrei dire che è stato come rispondere a una “chiamata” e neppure avevo chiaro il progetto che poi avrei sviluppato: so solo che mi sentivo come una “responsabilità” di non sprecare i talenti che avevo ricevuto e di dover percorrere una strada in salita, anche se a tutti sembrava una scelta scontata e forse addirittura “comoda”.
L’unica cosa che avevo chiara allora era che dovevo fare qualcosa di “grande”, volevo soprattutto essere fedele agli insegnamenti che avevo ricevuto dai miei maestri, sempre generosi e premurosi nei miei confronti, animati da un affetto profondo e dalla voglia di farmi crescere e migliorare, anche a costo di farsi talvolta “odiare” per la loro estrema severità; ricordo chiaramente di avere giurato che non sarei mai stato come quei “professori” totalmente indifferenti ai propri allievi, tutti concentrati su se stessi, quando non addirittura “infastiditi” dagli studenti più promettenti e dotati.

Dr.ssa Elisa Bottero: “Tutto accade per un motivo...”

Se dobbiamo essere proprio sinceri, mi sono iscritta alla Facoltà di Odontoiatria per una serie di coincidenze; inizialmente, in realtà non l’avevo nemmeno considerata, fin quando non mi è stata suggerita da una mia carissima amica, in quei mesi ansiogeni che intercorrono fra la fine del Liceo e i test di ingresso per le facoltà medico-scientifiche, il cui superamento o meno sembra sancire per sempre il tuo destino. Sono mesi bruttissimi, in cui ti chiedi dove finirai e sembra assurdo che tutto il tuo futuro possa essere legato a crocette scribacchiate sotto stress.
I giorni dei test non ero molto fiduciosa e ho sostenuto quello di Odontoiatria con poca convinzione, d’altronde non avevo mai pensato a me come a una “dentista”, ma spronata dai miei genitori, in particolare da mio papà che, quel giorno come sempre, credeva io potessi fare qualsiasi cosa avessi voluto.
Con mio sommo stupore arrivai nona (mentre al test di Medicina, che ha solitamente maggiori possibilità di riuscita, non passai! Oggi ci rido su, ma allora non risi affatto, anzi); così, fra le varie facoltà di cui avevo superato il test, Odontoiatria mi parve la miglior scelta.

Gli anni universitari sono trascorsi veloci e mi hanno fatto conoscere persone che mi hanno cambiato la vita. Sono stati a tratti duri e faticosi, ma ogni volta che mi guardo indietro mi spunta sempre un sorriso sulle labbra.
Poi è arrivata la laurea, un giorno non del tutto felice, perché una delle persone più importanti che avrei voluto al mio fianco, il mio grande sostenitore, il mio fan numero uno, che pensava io fossi il suo piccolo “genio”, il mio papà, non era più con me.
E dopo questi giorni di subbuglio, di nuovo la paura “adesso dove finirò?” mi stava attanagliando, quando mi imbattei in un annuncio in cui si cercava una collaborazione con un giovane odontoiatra presso la Clinica Cappellin. Guardai il sito e non mi sembrò vero che una struttura così bella e tecnologica avesse proprio bisogno in quel momento, per cui non guardai nemmeno la distanza da casa e chiamai.
Arrivata al colloquio, scoprii che era già stata scelta come collaboratrice, proprio nei giorni precedenti, una ragazza che si era laureata un anno prima di me, la dr.ssa Eruli (che allora non conoscevo, ma con cui ora sono diventata molto amica).
Entrai quindi abbattuta pensando che non mi avrebbero mai presa, non avendo bisogno in quel momento di un ulteriore collaboratore. Ero molto intimidita, volevo dire tante cose su di me e su che cosa sapessi fare o volessi imparare, ma non riuscii a esprimermi al meglio, forse feci addirittura la figura di una persona un po’ altezzosa e distaccata. In realtà questo atteggiamento era proprio all’opposto del mio carattere, anzi avvenne a causa della mia timidezza, perciò credevo di non aver fatto proprio un’ottima impressione e non capii perché qualche giorno più tardi mi chiamarono per un secondo colloquio.
A questo arrivai addirittura più agitata del primo. Memore della volta precedente, cercai di mostrare un po’ più di me stessa, confidai al dottore i miei timori e allo stesso tempo cercai di far trasparire la mia voglia di impegnarmi al massimo… Evidentemente il dottore deve aver visto qualcosa in me e nonostante non sia apparsa la persona più sicura del mondo, decise comunque di darmi la possibilità di fare un periodo di prova: quelle due settimane di affiancamento mi parvero lunghissime, ero stata sbalzata in una realtà nuova, dove c’erano sempre tantissime cose da fare, tantissimi pazienti da conoscere, molte cose lette solo sui libri da imparare nella pratica quotidiana. Mi chiedevo come facessero i dottori a fare tutte quelle cose insieme ed ero molto ammirata e allo stesso tempo spaventata: sarei mai stata all’altezza?
I primi tempi sono stati duri perché, oltre a impegnarmi tantissimo per imparare tutto quello che potevo, mi trovavo anche a dovermi rapportare con molte assistenti che lavoravano da anni ed erano molto preparate, ma agli occhi di un medico fresco di laurea, dopo cinque duri anni di studi, si commette spesso l’errore di sottovalutare la preparazione del personale di assistenza e soprattutto di quello della clinica Cappellin. Tornassi indietro non commetterei più questo errore, soprattutto ora che potendomi confrontare con altri compagni di università, mi rendo conto di quanto le nostre assistenti siano davvero a un livello altissimo: in ogni caso, complice anche l’ambiente molto al “femminile”, all’inizio ci siamo un po’ “scornate”, per poi iniziare ad apprezzarci vicendevolmente fino ad arrivare a un rapporto di fiducia e stima reciproca, perché se da una parte la conoscenza medica dell’odontoiatra è logicamente più approfondita, delle brave assistenti hanno l’esperienza nella gestione dei casi e dei pazienti, che si possono apprendere solo in molti anni di esperienza.
Oggi, a distanza di quattro anni, posso affermare di essere stata molto fortunata: ho imparato davvero tanto, inizialmente grazie all’affiancamento con il dr. Cappellin, ma soprattutto grazie al modo con cui mi ha spronato e fatto credere nelle mie capacità, andando oltre le mie paure.

La preparazione che dà l’Università di Torino è eccellente, riconosciuta come una delle migliori d’Italia, ma il mondo del lavoro è completamente diverso. Non tutti una volta laureati hanno l’opportunità di rapportarsi con una realtà come questa, in cui ci si può confrontare tutti i giorni con altri colleghi, ciascuno esperto in una branca specifica, dove si collabora gomito a gomito e dove fin da subito si respira un clima di grande fiducia, che spero di aver ripagato nel miglior modo possibile.
Oggi sono serena quando vengo al lavoro, perché so di essere nel posto giusto per me, dove nonostante la lontananza da casa, mi sento comunque un po' a casa, perché ci sono persone con cui ho creato rapporti bellissimi che spero di poter far crescere ogni giorno di più!

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