/ La nostra storia

Storia della Clinica: cap. 4

La quarta puntata della storia della Clinica parla dell'avvio dei lavori al primo piano e della nascita della Clinica Cappellin.

Il rinnovato studio di Villafranca, rese necessario selezionare personale nuovo per la sede che, nonostante tutte le migliorie, rimaneva secondaria (la grande chirurgia era infatti gestibile solo a Scalenghe), come una sorta di luna satellite, su cui, viste le dimensioni ridotte, era possibile testare con successo e verificare in breve tempo l’efficacia di un nuovo approccio al paziente, quello che oggi viene chiamato customer care; introducendo in un piccolo studio le innovazioni migliori dal punto di vista tecnico, con un innalzamento della qualità del servizio al paziente, scoprimmo in maniera diretta o indiretta, altre caratteristiche del servizio, sicuramente meno evidenti: la potenza di un sorriso genuino in segreteria per la fidelizzazione del paziente, la necessità di essere ben coordinati su due sedi per offrire un servizio puntale al paziente e per evitare immani perdite di tempo al personale medico e di assistenza, la necessità fondamentale di avere personale fidato, formato, persone di valore che potessero essere “lasciate da sole” con la sicurezza di sapere che tutto sarebbe stato gestito al meglio.

Oggi tutti parlano di queste strategie, ma all'epoca, era lo sforzo autodidatta di creare “qualcosa” che funzionasse al meglio e che fosse un’esperienza a 360° di valore, che coinvolgesse ciascuno in quello sforzo e ricerca di lavoro “fatto bene”.

E’ stata una palestra importante per i medici, per il personale e anche, indirettamente, per i pazienti: imparare sul campo permette di interiorizzare in maniera più profonda questi concetti, facendoli diventare una vera e propria missione, non solo più un lavoro. E così, nel giro di qualche mese, forse pochi anni, sono state assunte Erika, Ilenia, Elisabet, un poco più tardi Barbara, che, da allora, sono sempre state con noi, una sorta di spina dorsale della futura Clinica, giovanissime ragazze, oggi giovani donne e madri di famiglia, cresciute insieme a noi e grazie alle quali siamo diventati quello che siamo oggi, incarnando e realizzando in pratica un ideale di lavoro, professionalità e dedizione, un misto di intelligenza e sensibilità che sono beni preziosi e rari.

Allo scoccare di 3 anni esatti dall’acquisizione dello studio di Villafranca, come in una profezia, questa volta benefica, nell’estate 2009, nacque una nuova idea da un banale commento da parte di Alessia, così entrata in sintonia con questo lavoro da intuire questo fondamentale aspetto che a tutti noi sfuggiva; disse semplicemente, nelle chiacchiere che seguono una cena fra amici durante il relax vacanziero: “E’ un peccato che uno studio, così all’avanguardia e curato, sia a Scalenghe, un paese così decentrato, e non in una città…”. Questo commento, espresso in maniera così chiara, fu un’epifania, soprattutto per la mente in continua attività di Mario che da quel momento, non solo nutrì quell’intuizione, ma la fece diventare la “madre di tutte le scimmie”. Dicasi, “madre di tutte le scimmie” quell’idea che si insinua nella mente in maniera insidiosa e che, come un’edera rampicante, cresce e si nutre dei pensieri quotidiani, ingrandendosi fino a occupare ogni istante e ogni azione, in uno sforzo, via via più concreto, di definire un progetto e capire come metterlo in pratica.

Era necessario fondare la Clinica, uno studio di cui saremmo diventati soci e che sarebbe nata a Pinerolo.

Trascorremmo le vacanze natalizie di quell’anno a redigere un contratto fra noi futuri soci (Matteo, lo sapete, ci raggiungerà dopo alcuni anni), pensando e cercando di prevedere tutto ciò che poteva accadere, sopratutto soffermandoci sugli aspetti più spinosi e fonte di discussioni: la parte economica, le retribuzioni, i litigi, il decesso di uno di noi… Sinceramente, a me, parevano parole esagerate, forse inutili: andare a scandagliare ogni aspetto presupponendo la malafede e l’astio reciproci fra di noi, che fino a quel giorno eravamo stati molto uniti; ora capisco il razionale illuminato con cui sia stata fatta quella lunga e interminabile discussione, francamente anche un po’ sgradevole. Averlo affrontato con largo anticipo, in maniera asettica, FORSE ci metterà al riparo da malumori e cattiverie che, spero, non si debbano mai proporre e affrontare in futuro.  

Il 2010 iniziò con un intensissimo lavoro di progettazione pratica che Mario, Fabio e parte del personale affrontarono in maniera metodica, con buon senso e instancabile attenzione ai particolari, affiancando e spesso affrancandosi dalla consulenza di uno studio di architettura a cui ci eravamo affidati. Mario ripescò dai suoi ricordi un edificio in Pinerolo che l’aveva colpito per il suo design essenziale e avveniristico, strategicamente ottimo per uno studio odontoiatrico, il palazzo che ci ospita ormai da otto anni, in cui erano ancora disponibili alcuni lotti.

Oggi, dovendo ripensare alla Clinica, soprattutto al primo piano, che fu appunto il primo che realizzammo, alcune cose le modificheremmo, ma nel complesso aver messo praticamente tutti noi stessi, aver pensato a come avremmo voluto lavorare e vivere in quegli spazi, li ha resi funzionali e adatti a noi, ancora oggi.

Il reperimento dei fondi fu il il passo successivo, necessario e inevitabile; furono mesi di pellegrinaggi per banche, cercando un istituto di credito che, facendo fede al suo nome, credesse a sufficienza a questo progetto. Fu un periodo logorante (nel frattempo, com’è ovvio, tutti lavoravamo per mantenerci e finanziare il progetto stesso) e non posso non pensare alle nostre rispettive famiglie che ci supportarono per davvero, dando a garanzia parte del frutto del loro duro lavoro di anni, come un’eredità che hanno accettato volentieri di condividere con noi. Senza di loro, questa idea bella e innovativa non si sarebbe potuta realizzare nei tempi e nei modi in cui siamo riusciti a fare.  

Nel complesso, è stata la parte relativamente più veloce, sicuramente non entusiasmante, con plichi da firmare e richieste di mille altri documenti, sentendoci come sotto una lente di ingrandimento che analizzava il nostro progetto; questo, se da una parte ci ha dato la sensazione di essere sottoposti come a un check up completo, dall’altra ci ha permesso di scovare i punti deboli della Clinica, migliorandoli e focalizzando sempre più il risultato finale.

Dopo tanta programmazione e progetti sulla carta, necessari, ma alcune volte un po’ difficili da immaginare, arrivò il giorno in cui, mattina o un primo pomeriggio non ricordo, andammo a vedere fisicamente i locali che sarebbero diventati la Clinica. Mi ritorna in mente chiaramente il portoncino di legno chiaro aprirsi su una distesa di cemento, vetri oscurati da polvere e cavi corrugati ovunque, un soffitto che mi colpì perché mi sembrava stranamente basso e l’ambiente abbandonato eccessivamente piccolo per contenere tutto ciò che avevamo progettato.

Ci affacciammo su questa visione nei toni del grigio come sull’orlo di un’impresa epica, come all’inizio di un viaggio.

Quello spazio vuoto attendeva proprio noi.

Quella muta sensazione di essere sulla soglia di un cambiamento epocale, come davanti a un paesaggio che toglie il fiato, ci accompagnò mentre, in piedi l’uno accanto all’altro, guardavamo e scommettavamo, di nuovo, ma con una posta ben più alta, su un nuovo futuro.

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